giovedì, 08 ottobre 2009
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[...]
Nessuno è mai riuscito a essere all'altezza del suo sogno di perfezione, per questo il mio giudizio si basa sul nostro splendido fallimento nella creazione dell'impossibile. Sono convinto che se potessi scrivere di nuovo le mie opere riuscirei a migliorarle, e questo, per un artista, è in assoluto la situazione più positiva. Ecco perché l'artista non smette di lavorare, provare e riprovare; ogni volta crede che sarà quella buona, che ce la farà. È ovvio che non ce la farà, ed è per questo che la situazione è positiva. Se ce la facesse, se riuscisse davvero a portare l'opera all'altezza dell'immagine, del sogno, non gli resterebbe altro che tagliarsi la gola, buttarsi giù da quel pinnacolo di perfezione, verso il suicidio.
[...]
L'artista è una creatura guidata dai demoni. Non sa perché questi scelgano proprio lui, e di solito è troppo occupato per chiederselo. È completamente amorale, per cui non esiterà a rapinare, prendere in prestito, elemosinare o rubare da tutto e da tutti, pur di portare a termine la sua opera. [...] Se uno scrittore deve rapinare sua madre, non esiterà a farlo: Sopra un'urna greca vale un numero infinito di vecchie signore.
[...]
L'arte di qualità può venire fuori anche da ladri, distillatori clandestini o stallieri. La gente ha davvero paura di scoprire fino a che punto è in grado di sopportare privazioni e povertà. Hanno paura di scoprire quanto siano tenaci. Non c'è nulla che possa distruggere un bravo scrittore. L'unica cosa in grado di cambiare un bravo scrittore è la morte.
[...]
Non ho il tempo per chiedermi chi siano i miei lettori. Non mi interessa il parere di Mario Rossi sulla mia opera, né su quella di altri. Il mio lavoro ha uno standard qualitativo soddisfacente, cioè mi fa sentire come quando leggo La tentation de Saint Antoine o il Vecchio Testamento. Sto bene, quando leggo quelle opere. Così come sto bene quando guardo un uccello [e] se dovessi rinascere, mi piacerebbe essere una poiana. Nessuno odia una poiana, nessuno la invidia o la desidera o ne ha bisogno. E una poiana non ha mai fastidi né corre pericoli, e può mangiare di tutto.
[...]
Di temperamento sono un vagabondo, un barbone. Non desidero così tanto il denaro al punto di impegnarmi per guadagnarlo. Secondo me è un peccato che al mondo ci sia così tanto lavoro. Una delle cose più tristi è che la sola cosa che un uomo può fare per otto ore al giorno, giorno dopo giorno, è lavorare. Non puoi mangiare otto ore al giorno, né bere otto ore al giorno, né fare l'amore - l'unica cosa che puoi fare per otto ore al giorno è lavorare. Che è poi il motivo per cui l'uomo rende se stesso e gli altri così miseri e infelici.
[...]
L'obiettivo di ogni artista è di arrestare il movimento, cioè la vita, con mezzi artificiali, e tenerlo fermo di modo che un centinaio di anni più tardi, quando un estraneo gli rivolgerà lo sguardo, tutto si muoverà nuovamente, perché è vita. E dal momento che l'uomo è un essere mortale, per lui la sola possibile immortalità è lasciare ai posteri qualcosa che sia eterno perché in continuo movimento. È questo il modo con cui l'artista scarabocchia "C'ero anch'io" sul muro dell'oblio finale e irrevocabile attraverso il quale un giorno o l'altro dovrà passare.
[...]
Mi piace pensare al mondo che ho creato come a una sorta di perno dell'universo; è piccolo, quel perno, ma se lo portassero via l'universo stesso crollerebbe.
[...]

[da: Intervista con William Faulkner, ed. minimum fax]



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categoria:scrivere, humour, faulkner
sabato, 26 settembre 2009
manganelli
Non v'è letteratura senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell'anima. Diserzione da che? Da ogni ubbidienza sociale, ogni assenso alla propria o altrui buona coscienza, ogni socievole comandamento. Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile; quante volte gli si è gettata in faccia l'antica insolenza degli uomini utili: «buffone». Sia:  lo scrittore è anche buffone. È il fool: l'essere approssimativamente umano che porta l'empietà, la beffa, l'indifferenza fin nei pressi del potere omicida. Il buffone non ha collocazione storica, è un lusus, un errore.
Fondamentalmente asociale, il disertore dovrà calcolare le astuzie della fuga secondo le strutture coattive del suo tempo. [...] Quotidianamente, con gesto tragico ed esatto, deve mondarsi dei miti euforici della disonesta buona coscienza: saggezza collettiva, progresso e giustizia. [...] Elegge a propria dimora cunicoli non asfaltabili. Abbisogna di una specifica libertà, diversa per ogni scrittore: comunque una libertà non «liberale», e che infatti il liberale non tollera, eversiva, blasfema. Lo soffoca la libertà affettuosa, che ha sapore di onesta, perfezionista collaborazione. [...] Naturalmente anarchico, è sempre in contatto con quei corridoi degli inferi, fitti di tende e subitanei gomiti, quei labirinti in cui lo sguardo virtuoso dell'uomo umanista non osa avventurarsi.
Anarchica, la letteratura è dunque un'utopia; e come tale ininterrottamente si dissolve e si coagula. Come è proprio delle utopie, essa è infantile, irritante, sgomentevole.
Scrivere letteratura non è un gesto sociale. Può trovare un pubblico; tuttavia, nella misura in cui è letteratura, esso non ne è che il provvisorio destinatario. Viene creata per lettori imprecisi, nascituri, destinati a non nascere, già nati e morti; anche, lettori impossibili. Non di rado, come il discorso dei dementi, presuppone l'assenza dei lettori. Di conseguenza, lo scrittore fatica a tenere il passo con gli eventi; come nelle vecchie comiche, ride e piange a sproposito. I suoi gesti sono goffi e clandestinamente esatti. Assai imperfetto è il suo colloquio con i contemporanei. È un fulmineo tardivo, i suoi discorsi sono inintellegibili a  molti, a lui stesso. Allude ad eventi accaduti tra due secoli, che accadranno tre generazioni fa.

[Giorgio Manganelli, La letteratura come menzogna, ed. Adelphi]
lunedì, 21 settembre 2009

[...] ci saranno dei giudici, Pierre, non ne dubiti, giudici duri come la roccia e per cui la parola pietà mancherà di senso. Talvolta, nel dormiveglia, li sogno, li vedo agire e decidere: ricompongono i pezzi, sono crudeli e si basano su regole che per noi dipendono dal dominio del caso. In una parola, sono orribili e incomprensibili.
[Roberto Bolaño, Monsieur Pain, ed. Sellerio]

[...] il conformismo dell'opinione pubblica è una forza che si è eretta a tribunale e il tribunale non può perdere tempo con i pensieri, il suo compito è quello di istituire processi. E a mano a mano che fra giudici e accusati si scava l'abisso del tempo, le grandi esperienze vengono giudicate sempre più spesso da esperienze inferiori: così gli errori di Céline vengono giudicati da persone immature, incapaci di vedere come proprio in virtù di quegli errori i romanzi di Céline contengano un sapere esistenziale che potrebbe renderli più adulti. Perché in questo consiste il potere della cultura: nel riscattare l'orrore transustanziandolo in saggezza esistenziale. Se lo spirito del processo riuscirà ad annientare la cultura di questo [XX] secolo, dietro di noi rimarrà soltanto un ricordo di atrocità cantato da un coro di voci bianche.
[Milan Kundera, I testamenti traditi, ed. Adelphi]

Se potessimo crocifiggere Borges, lo faremmo. Siamo assassini timorosi, assassini prudenti. Crediamo che il nostro cervello sia un mausoleo di marmo, mentre è una casa fatta di cartoni, una baracca sperduta in una landa desolata e in un crepuscolo interminabile. (Chi lo dice, d'altra parte, che non abbiamo crocifisso Borges? Lo dice Borges stesso, che è morto a Ginevra).
[Roberto Bolaño, I miti di Chtulhu, in Il gaucho insostenibile, ed. Sellerio]

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categoria:stupidità, milan kundera, roberto bolano
domenica, 13 settembre 2009

Malattia e Kafka

A quanto racconta Canetti nel suo libro su Kafka, il più grande scrittore del XX secolo capì che i dadi erano gettati, e che ormai nulla lo separava dalla scrittura il giorno in cui per la prima volta sputò sangue. Che cosa voglio dire quando dico che ormai nulla lo separava dalla scrittura? Sinceramente, non lo so molto bene. Immagino di voler dire questo: Kafka capiva che i viaggi, il sesso e i libri sono vie che non portano da nessuna parte, eppure sono vie lungo le quali bisogna inoltrarsi e perdersi per ritrovarsi o per trovare qualcosa, qualunque cosa, un libro, un gesto, un oggetto perduto, per trovare un metodo, se si ha un po' di fortuna: il nuovo, quello che è sempre stato lì.

Roberto Bolaño, conclusione a Letteratura + malattia = malattia

[in: Il gaucho insostenibile, ed. Sellerio]

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categoria:scrivere, kafka, roberto bolano
mercoledì, 09 settembre 2009
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categoria:humour, estasi, carmelo bene, raffaello, piero manzoni, meditazioni-fulmini
mercoledì, 09 settembre 2009
ABK

Kafka

[disegni di Franz Kafka]

Ogni scrittura è una porcata. Chi esce dal nulla cercando di precisare qualsiasi cosa gli passi per la testa, è un porco. Chiunque si occupi di letteratura è un porco, soprattutto adesso.

Antonin Artaud

[esergo a: Roberto Bolaño, Un romanzetto canaglia, ed. Sellerio]

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[scrittura di Franz Kafka]

[...] E giunti a questo punto devo [...] cercare di ricordare lo scrittore che disse che la patria di uno scrittore è la sua lingua. Non ne ricordo il nome. Forse era uno scrittore che scriveva in spagnolo. Forse era uno scrittore che scriveva in inglese o in francese. La patria di uno scrittore, disse, è la sua lingua. Suona un po' demagogico, ma concordo pienamente con lui, e so che talvolta non abbiamo altra scelta che diventare un po' demagogici, proprio come a volte non abbiamo altra scelta che metterci a ballare un bolero sotto la luce dei lampioni o di una luna rossa. Sebbene sia anche vero che la patria di uno scrittore non è la sua lingua, o non solo la sua lingua, ma anche la gente che ama. E a volte la patria di uno scrittore non è la gente che ama ma i suoi ricordi. E altre volte la sola patria di uno scrittore è la sua lealtà, e il suo coraggio. In realtà molte possono essere le patrie di uno scrittore, e a volte l'identità di quella patria dipende molto da quello che sta scrivendo in quel momento. Le patrie possono essere tante, mi viene ora da pensare, ma il passaporto può essere uno solo, e quel passaporto è evidentemente la qualità della sua scrittura. Il che non significa scrivere bene, perché chiunque può farlo, ma scrivere meravigliosamente bene, e nemmeno quello, perché chiunque può scrivere anche meravigliosamente bene. Cos'è, allora, la scrittura di qualità? Be', quello che è sempre stata: saper infilare la testa nel buio, saper saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è fondamentalmente un mestiere pericoloso. Correre lungo il bordo del precipizio: da una parte l'abisso senza fondo e dall'altra i volti amati, i volti amati sorridenti, e i libri, e gli amici, e il cibo. E accettarlo, anche se talvolta può pesarci addosso più della lastra tombale che copre i resti di ogni scrittore morto. La letteratura, come potrebbe dire un canto popolare andaluso, è pericolosa.

Roberto Bolaño, Discorso di Caracas

[ reperibile per intero qui: mirumir.blogspot.com/2008/12/un-mestiere-pericoloso-il-discorso-di.html ]

Io sono fatto di letteratura, non sono e non posso essere altro. Non sono nient'altro che una massa di spine che mi infilzano.

Franz Kafka [lettera a Felice 14/8/1913]

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categoria:scrivere, kafka, artaud, roberto bolano
giovedì, 03 settembre 2009
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categoria:roberto bolano
domenica, 23 agosto 2009

[...] Parlavano, per esempio, di una nuova rivoluzione, una rivoluzione invisibile che era già in gestazione ma che avrebbe tardato a uscire per strada almeno altri cinquant'anni. O cinquecento. O cinquemila. [...]

(Roberto Bolaño, 2666, II voll., Adelphi)

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categoria:roberto bolano
domenica, 16 agosto 2009

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([Cesárea Tinajero] Roberto Bolaño, I detective selvaggi)

2. [...] Di quanto ho perso, irrimediabilmente perso, desidero recuperare solo la disponibilità quotidiana della mia scrittura, linee capaci di prendermi per i capelli e tirarmi su quando il mio corpo non vorrà più reggere. (Significativo, ha detto lo straniero). In modo umano e in modo divino. Come quei versi di Leopardi che Daniel Biga recitava su un ponte nordico per armarsi di coraggio, così sia la mia scrittura.

(Roberto Bolaño, Anversa)

3. [...] E poi si scatena la tormenta di merda.

([Sebastián Urrutia Lacroix ] Roberto Bolaño, Notturno Cileno)

4. [...] Come dire, ragazzi, dissi, che vedevo gli sforzi e i sogni, tutti confusi in un unico fallimento, e che questo fallimento si chiamava allegria.

([Amadeo Salvatierra] Roberto Bolaño, I detective selvaggi)

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([Juan García Madero] Roberto Bolaño, I detective selvaggi)

6. Il mondo è vivo e nulla che sia vivo ha rimedio e questa è la nostra fortuna

Roberto Bolaño (1953-2003)

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categoria:scrivere, humour, tragico, roberto bolano, antipoesia, post antipasto
lunedì, 27 luglio 2009

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Il problema fondamentale dei nostri tempi è quello del più è intelligente, più è stupido.

[...]

E aggiungo inoltre che, in questo caso, il problema in sé sembra soggetto al principio dell'inversamente proporzionale: più nobile è la qualità della ragione, più infima è la categoria della stupidità: la stupidità diventa sempre più grossolana e, grazie appunto alla propria grossolanità, sfugge ai sempre più sottili strumenti di controllo intellettuale... La nostra ragione è troppo intelligente per riuscire a difendersi da una stupidità tanto stupida. Nell'episteme occidentale, ciò che è stupido è stupido in modo abnorme - ecco perché diventa inafferrabile.

[...]

È strano constatare che, mentre nel corso dei secoli tutto il nostro sforzo spirituale ha mirato a estirparci dalla stupidità e a sconfiggerla, in seno all'umanità la stupidità sembra coabitare con l'intelligenza. È la composizione personale dell'umanità a garantire alla stupidità un ruolo così considerevole. L'umanità si compone di uomini, donne, giovani e bambini - e già questo basta a condannarci a un'eterna oscillazione tra sviluppo e sottosviluppo: la stupidità rinasce a ogni generazione. E non è forse necessaria alla vita? Senza di essa, la donna accetterebbe forse di generare? Sarebbero forse possibili il comando, l'obbedienza, il lavoro meccanico? Senza questo lubrificante versato nei loro ingranaggi, funzionerebbero forse le strade ferrate, le miniere, gli uffici e le fabbriche? Senza un po' di leggerezza e di sciocca spensieratezza sarebbero forse sopportabili la morte e la condizione umana?

[...]

No, caro Kant! La tua Critica, per quanto meravigliosamente esatta e profonda, per quanto scritta con il sudore della fronte, non è sufficiente. Afferra l'ascia! Afferra l'ascia, ti dico, vai fuori e mena fendenti a destra e a sinistra su donne e bambini, su giovani e operai, su tutti, tutti, tutti!... Lo sterminio della stupidità non va praticato soltanto sulla carta! Uccidere, bisogna! Eh?... ma che diavolo dico?

Witold Gombrowicz, Diario, Vol.II (1959-1969), ed. Feltrinelli

 

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categoria:stupidità, gombrowicz